Daniele and the beginning of the journey

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America has always been known as the land of opportunity, the place where you can be whatever you want. In this blog I would like to tell you more about my college life and what has brought me here to the USA, hoping that it will be useful for some of you.
I have been dreaming of becoming a professional soccer player since I was a child. At the same time, the passion for studying has slowly made its way into my life. And what other way than college, I thought, would best conciliate the two of them?

As soon as the opportunity came, I did not think twice about what to do: I decided to fly to the USA and join a college. Do you want to know the best part in all of this? Thanks to a soccer scholarship achieved by playing the sport I love, I am now able to pay for most of my college fees!

I am looking forward to seeing what this lifetime experience has in store for me!

 

My name’s Daniele and I’m from Italy.

Catawba College, North Carolina: I’m coming!

Intervista a Stefano Fanfoni

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Nell’articolo di oggi intervistiamo il nostro Stefano Fanfoni, uno dei co-fondatori di StAR ed ex calciatore alla Nova Southeastern University.

Come hai scoperto questa opportunità? Dove giocavi prima di partire e durante le giovanili? È stata una decisione difficile?

Era l’estate del 2011 quando decisi di accettare l’offerta del Direttore sportivo della Cremonese per andare in prestito alla Gallaratese, società che militava in serie D. Accettai la sfida, pronto a dimostrare a me stesso e a chi non aveva creduto nel mio valore come calciatore, che sarei stato in grado di rinascere ed affermarmi altrove, lontano dalla squadra della mia città, luogo che mi ha cresciuto come uomo e professionista.

Ricordo la preparazione estiva prima del ritiro.  Ogni giorno un amico diverso veniva a correre ed allenarsi con me. Corsa lenta con chiaccherata fino al parchetto del paese vicino. Lì si facevano addominali, flessioni, e tutto quello che si poteva fare in un parco giochi allestito per bambini, per poi trasferirsi nella parte posteriore dove c’è un porta calcio, usavamo per giocare con il pallone. Quando il sole iniziava a farsi meno forte si faceva ritorno di corsa verso casa.

In questo clima familiare arrivai al ritiro della squadra in grande forma, così iniziai il primo mese tra i titolari indiscussi, collezionando buone prestazioni e risultati contro compagni che fino all’anno scorso erano nello stesso spogliatoio a Cremona e che si stupivano nel vedermi nella
modesta realtà di Gallarate.

Sulla cresta dell’onda, inizio il campionato e d’improvviso il mio posto da titolare cominciò a vanificarsi. Senza spiegazioni da parte della società né dall’allenatore, anche i rapporti con i compagni cominciarono ad inasprirsi dovuto alla tensione inflitta dalla mia esclusione. Queste pesanti settimane, sfociarono in un’animata discussione iniziata dall’allenatore di fronte a tutti i compagni di squadra. Nell’ascoltare quelle dure ed infondate critiche (non avevo salutato nel post-partita scendendo dalla tribuna negli spogliatoi), imparai davvero a respirare profondamente. Le mani tremavano per la tensione e sicuramente anche la voce aveva i suoi alti e bassi. Risposi in un clima surreale, dove gli altri 25 ragazzi e 3 allenatori presenti nella stanza, erano solo un’illusione. Risposi con la calma di chi non è turbato nel suo sogno. Risposi con il mio obiettivo in mente. E con il mio obiettivo in mente continuai ad allenarmi al massimo, anche se dopo il cambio allenatore, la situazione non era cambiata, stesso spogliatoio in isolamento, stesso trattamento durante gli allenamenti quando ero usato solo in caso di necessita’, stessa tensione con i compagni. Stesso tutto, compreso la mia voglia di riscatto.

Così,  arrivò presto dicembre. Continuando gli studi e allenandomi praticamente esclusivamente con il mister dei portieri a gratis. Infatti, dall’inizio della stagione, non avevamo percepito nessuno stipendio. Ma proprio nel freddo campo fangoso di Gallarate, durante uno degli ultimi allenamenti, il mister dei portieri, ormai diventato mio fan e mentore, mi propose di partecipare ad un provino a Milano organizzato da un’agenzia per il recruiting di ragazzi che volessero fare un’esperienza in America come studenti atleti.

Il giorno successivo, mentre cucinavo pranzo prima di allenamento, ricevetti la lettera di sfratto dall’appartamento dove la società ci aveva collocato in quanto gli ultimi 4 mesi erano falliti i pagamenti. Era l’8 dicembre, e sicuramente La Madonna aveva già pianificato il tutto, e seguendo il suo consiglio, prenotai un posto per il provino. Chiesi di stare fino al 13 per avere la possibilità di partecipare al provino il 12 e 13 dicembre, data la vicinanza. Nemmeno quello fu possibile. Infatti, la società immobiliare era già al limite degli avvisi. Cosi tornai a Cremona.

Sembrava la fine di un’era della mia vita, quella chiamato calcio. Invece, questa era di nuovo una prova per testare la mia determinazione.

Il 12 dicembre 2012, con -1 gradi, puntuale, mi presentai al campo. Il clima era surreale, almeno nella mia mente. Non ero cosi emozionato per un allenamento da mesi. Le telecamere e il campo sintetico rendevano lo scenario ancora più lontano da quanto ero abituato, quasi come se fossi già con un piede in America, quasi come se Gallarate fosse già migliaia di kilometri distante da quel campo. Due allenamenti mercoledì e due allenamenti giovedi e mi sentivo fresco e pronto a farne ancora. Quando il primo allenatore si presento per introdurmi la sua università e la sua offerta di borsa di studio, dovetti chiedere l’aiuto di un altro ragazzo per la traduzione e ne avrei dovuto avere un altro per tenermi con i piedi per terra.

Anche una volta tradotto in italiano, non sapevo esattamente cosa volesse dire tutto ciò che il coach mi stesse proponendo, cosi scambiammo gli indirizzi email.

Avevo bisogno di tempo per valutare, confrontarmi con i miei genitori e amici, e capire se ero pronto per un’esperienza tale.

Cosi, per un paio di settimane scambiai email con il coach, mentre in casa cercavo di convincere i miei genitori che quella che avevo ricevuto era una grossa possibilita. Infatti, loro erano contrari, ignorando tutto ciò che oltre al calcio, l’America mi stesse offrendo. il tutto sembro vanificarsi quando, facendomi i conti in tasca, mi resi conto che i soldi della borsa di studio non erano sufficienti per coprire i costi che avrei avuto. Cosi ringraziai e detti la comunicazione a genitori ed amici: “Tutto cancellato, tranquilli resto a casa.”

Un paio di giorni dopo, ricevetti un’altra email, di un altro allenatore presente al provino, che per rispetto del collega, si era inizialmente fatto da parte evitando conflitti di interesse. Coach DePalo, per riassumere mi offriva una borsa di studio che copriva tasse universitarie, vitto, alloggio e perfino i libri. Questa volta non dovetti nemmeno condividere la scelta, risposi immediatamente si. Cosi, per la prima volta visitai il sito di quella che da 3 anni è la mia nuova casa, Nova Southeastern University.

Com’è stato il primo impatto? Cosa ti ha sorpreso di più?

La prima volta che vidi la Nova Southeastern University fu tramite alcune fotografie che i genitori di un amico scattarono durante il giorno di visita alla scuola. Le palme che contornano i viali all’interno del campus mi hanno fatto respirare il profumo di Caraibi; le strutture ultra moderne mi hanno fatto sognare la serie A (dopo 4 anni di serie C, non avevo mai visto una piscina per riabilitazione); e per finire, sentire la fiducia che il mister riponeva nei miei confronti, mi ha fatto ritornare il sorriso che la gavetta fatta nel fango mi aveva fatto sbiadire.  

Tutto questo mi ha convinto che sarebbe stata l’esperienza perfetta, ancor prima  del primo vero impatto.

Una volta superato tutto il processo burocratico durato 6 mesi, sono finalmente arrivato tra le Verdi palme (che avevo per un momento dimenticato). Era il 5 Agosto 2012, e la temperatura era attorno ai 90 gradi, non ricordo se fahrenheit o centigradi. Il coach, in giacca e cravatta, era già lì ad aspettarmi all’uscita, in mezzo alla folla che per un momento mi è sembrata un gruppo di tifosi venuti all’aeroporto per acclamare la loro StAR.

Con un misto di emozioni che mi giravano in testa, mi accingevo inconsapevolmente a fronteggiare il primo e più importante shock durante questi tre anni. Entrato in macchina del coach, il sangue mi si gelò e il respiro veloce causato dal caldo si fece rarefatto. Il termometro della macchina segnava 18 gradi! E come ho già accennato non son sicuro su che unita di misura fosse impostato. Cosi, scoprii l’amore folle che in Florida le persone hanno per il climatizzatore.

Da lì, tutto in discesa.

Il campus ha superato le aspettative che mi ero creato dalle fotografie; le strutture per allenamenti, studio e ricreazione erano un misto tra serie A e centri convegno di hotel di lusso. Il tutto in uno spazio, quello del campus, che mi ricorda molto, in dimensioni, quello di San Felice, il paese Cremonese di circa 3000 abitanti in cui sono nato e cresciuto. Persone cordiali, lavoratrici e sempre disposte a mettersi in movimento per soddisfare le esigenze di un ragazzo che di inglese sapeva solamente le frasi fatte delle lettere commerciali imparate a ragioneria.

Com’erano la squadra e gli allenatori? Com’è stata la vita da student-athlete?

I nove compagni di squadra italiani con cui ho iniziato la mia avventura hanno aiutato nel farmi sentire a casa. Tra questi, ragazzi di Roma, Varese, Caserta e Val Gardena. Compagni e mister italo-americano, che parla benissimo italiano, mi hanno inoltre permesso di rallentare il miglioramento in inglese.

Gli allenamenti sono cominciati puntuali con doppie sedute per circa due settimane fino all’inizio delle lezioni, quando abbiamo iniziato ad allenarci alle 7 di mattina. In quel momento, la vera dedizione al calcio viene a galla. Infatti, benché siamo considerati prima di tutto come studenti, poi come atleti, la dedizione durante gli allenamenti richiede sostanziale passione per lo sport che giochi. La puntualità sul campo era la prima richiesta del mister in quanto segno di responsabilità e rispetto nei confronti dei compagni, allenatori e personale terapeutico. Queste sono due parole chiavi che sono richieste nella vita da student-athlete: responsabilità e rispetto. Grazie a queste due, i rapporti con allenatori, compagni di culture diverse, professori e personale del college diventano benefici all’ennesima potenza.

Gli italiani in squadra, di cui il 90% erano titolari, erano tutti 22enni il che ci faceva una delle squadre con più esperienza del campionato. Il resto dei compagni aveva un’età compresa tra i 18 ed i 21 anni. Da qui è facile intuire come il campionato sia paragonabile ad una primavera italiana. Forse meno organizzati dal punto di vista tecnico-tattico, ma armati di volontà e atleticismo da professionisti. Inoltre, le sostituzioni volanti ed illimitate rendono il gioco ancora più veloce ad aggressivo.

Altra nota importante del campionato è a proposito della durata. abituato a 9 mesi di gare suddivise settimanalmente, sono stato travolto dall’organizzazione del campionato NCAA. La durata del  campionato è di circa 4 mesi, con partite infrasettimanali tutti i Mercoledì oltre alla gara del Sabato. Per questo motivo, se hai intenzione di essere titolare, preparati ad essere nella miglior condizione fisica della tua vita: 90 minuti ogni 2/3 giorni ti lacera. Un altro trucco fondamentale è la vita sana (alimentazione e riposo) e l’approfittare di tutti quei servizi quali saune, bagni turchi e vasche ghiacciate che accelerano I tempi di recupero (il tutto presente e disponibile on-campus). Purtroppo, non essendo abituato, durante la mia prima stagione non ho usufruito di questi eccezionali servizi “da serie A”.

Parlaci del posto: Miami.

Quando ho saputo che un’università di Miami era interessata, ovviamente ho iniziato a sognare palme, mare e ragazze in costume sui pattini. Poi, una volta arrivato, sono stato costretto ad uscire da quel sogno, per entrare nella realtà. Infatti, mi sono reso conto le palme sono ancora più belle, e ce ne sono di molti tipi, altezze e forme. Ho scoperto che l’acqua dell’oceano che arriva dal Golfo del Messico può diventare tiepida ed al tempo stesso rimanere pulita come il mare della Sardegna.

Per quanto riguarda le ragazze, ora sono fidanzato quindi lascio a voi la scoperta.

Come dicevo, sono arrivato durante un’estate afosa, ma da novembre ad aprile, il clima diventa mite e piacevole. Per la maggior parte dei giorni, la temperatura permette di fare un salto in spiaggia, anche se poi gli impegni scolastici e calcistici regolano la vita dello studente-atleta più delle condizioni metereologiche.

Come ti sei trovato dal punto di vista accademico?

Quando sono arrivato il livello del mio inglese si limitava, come ho accennato precedentemente, a quelle frasi fatte da mettere insieme per costruire una lettera commerciale. Per dar un’immagine ancor più concreta, durante uno dei primi colloqui con una segretaria, abbiamo deciso di comune accordo di metterci in contatto telefonico con il coach e metterlo in viva voce per fare da traduttore durante la conversazione. Ma questa era uno dei primi giorni dopo il mio arrivo, quando il ritmo dei dialoghi era ancora lontanamente comprensibile.

Dopo poco, in concomitanza con l’inizio delle lezioni, l’orecchio si era abituato. Ciò mi permetteva di riuscire a seguire le lezioni in maniera attiva. Forse, alcune volte, troppo attiva. Infatti, in qualche situazione avrei potuto evitare di iniziare un intervento, per poi rendermi conto, nel bel mezzo del concetto, che non avevo ancora l’abilità di destreggiarmi in un discorso dettagliato.

Studiare e scrivere richiedevano più tempo perché dovevo rileggere più volte un concetto oppure usare il centro di tutoring scolastico offerto dalla scuola per rivedere i temi prima di consegnarli ai professori. Tutto ciò è costato un bel po’ di tempo, ma ha dato i suoi frutti sin dal primo semestre. Infatti, su una scala da 1 (D) a 4 (A) ho collezionato voti non al di sotto del 3.5, che mi ha permesso di laurearmi con una media del 3.7.

Con la decisione di iniziare l’esperienza oltreoceano, sono arrivate una serie di altri cambiamenti nella mia vita, e più precisamente nel mio carattere, che mi fanno sentire come una Ferrari che finalmente può girare in pista e non più nelle stradine di paese. La determinazione con cui porto avanti ogni progetto in cui scelgo di partecipare è una nuova scoperta nella mia vita. Abituato ad avere 7 o 8 a ragioneria, ho cominciato a guardare alla A (che sarebbe il nostro 10/decimi) come qualcosa che mi spetta, che merito. Cosi mi sono laureato con una media di A- nella triennale per poi iniziare il master con addirittura A piena.

Ebbene si, ho iniziato il master. Infatti, grazie al trasferimento degli esami che ho sostenuto in Italia, è stato possibile finire la triennale (che in America dura 4 anni) nei primi due anni, per poi usare i restanti due anni di borsa di studio disponibili per arruolarmi nel famigerato programma Marriage and Family Therapy a Nova Southeastern University. Ormai al mio terzo semestre nel programma, ho già iniziato diversi stages in cui ho sessioni terapeutiche con coppie ed individui. Per l’esattezza la coppia che vedo una volta a settimana è composta da lui 77anni e lei 69; tutto il resto rimane segreto professionale. Gli altri due stages sono entrambi in scuole, dove assumo più il ruolo di psicologo degli studenti. La prima una scuola media, dove vedo settimanalmente lo stesso gruppo di ragazzi. La seconda è una scuola “alternativa”, così chiamata perché accoglie tutti gli alunni che sono stati sospesi dalla loro scuola di origine per motivi quali uso o possesso di droga, atti violenti, ed altre violazioni. Qui il lavoro è totalmente diverso da una regolare sessione di terapia. Infatti, il più delle volte si tratta di un’unica sessione di circa 45 minuti in cui attraverso la compilazione di un questionario e di un form, devo trovare il modo di esplorare il mondo di quel ragazzo, e cercare di innestare anche il più piccolo dei cambiamenti nel modo in cui vede se stesso in quel mondo. Sarebbe troppo ambizioso pensare di riuscire a cambiare il mondo di qualcuno in 45 minuti.

Tutto questo in inglese, la lingua che due anni fa richiedeva un interprete per essere capita.

Il cibo?

Per la durata del primo anno scolastico, ho mangiato nella “mensa” dell’università.

Ora, se quando dico mensa, stai pensando a quella dell’ospedale o delle elementari, chiudi un attimo gli occhi ed immagina, uno di fianco all’altro, a questi posti. Un pizzaiolo, un paninaro, tutto-insalate, McDonald, Sushi ed un post dove fanno riso, pasta e pollo in tutte le salse. Fantastico no?!

Magari suona eccitante, ma per gli amanti del cibo buono, questa lista fa rabbrividire. Ed anche se non sei ancora consapevole di essere un buongustaio, lo scoprirai presto una volta negli States. Infatti, la qualità del cibo non è paragonabile a quella di nonna, mamma o zia, ma è sufficiente per “sopravvivere”.

Per quanto riguarda la situazione fuori da campus, c’è un’altra storia da raccontare. Infatti, per il primo periodo, America voleva dire Mc Donald. Conseguentemente, quando si cercava un posto abbordabile economicamente, ci si metteva il cuore (ed il palato) in pace e si sceglieva tra un paio di fast-food (che non erano Mc Donald, ma sempre fast-food sono) nelle vicinanze del campus.

Lentamente, conoscendo più persone e allargando le amicizie, ho iniziato a scoprire un varietà di altri posti più salutari e con cibo più gustoso.

Detto questo, un pezzo di grana dalla valigia quando torno in America dopo aver visitato casa, non me lo toglie nessuno.

That’s crazy, Joao!

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(Articolo scritto originariamente per SpazioTennis.com e visualizzabile a questo link)

Joao Monteiro arriva nella piccola città di Blacksburg, in Virginia, all’inizio del 2013 ed entra a far parte della squadra di tennis della Virginia Tech. È molto timido e si presenta con un inglese frammentato, bofonchiato, di chi sa benissimo di non essere in grado di mantenere una conversazione prolungata. È difficile penetrare la sua corazza ed ancora più complicato capire cosa gli passi per la testa: la chioma di capelli neri enorme e opprimente, gli occhi scuri e bassi, il pizzetto composto da qualche sparuto pelo adolescenziale e le mani perennemente in tasca. I suoi compagni impiegano qualche tempo prima di capire che quel ragazzo là sotto, nascosto sotto la frangia e con andare gobbo, è in realtà un tipo a posto con fare da Ozzy Osbourne in depressione.

Ancora più dubbioso è Jim Thompson, l’Head Coach della squadra di tennis. Da ex-ragazzo (ora cinquantenne) della Virginia cresciuto tra mille sport e una voglia di fare tipica di chi cerca sempre di mettersi in mostra, Jim pretende lo stesso da tutti i suoi giocatori: lotta su ogni punto, urla, sguardi duri, perenne movimento di gambe anche tra un punto e l’altro, continui high-five che vengono passati tra i membri della squadra come una corrente elettrica che porti tensione non solo in partita, ma in ogni allenamento. È lecito pensare che coach Thompson, dopo aver conosciuto Joao, sia rimasto più che perplesso. Solo la sua grande fiducia nei confronti di Stephen, il suo Assistant Coach, lo porta ad accettare Joao in squadra e a dargli una chance. Del resto Stephen non è un Assistant Coach qualunque, è uno che qualcosa ne capisce: Stephen Huss ha vinto Wimbledon, quello vero, in doppio, nel 2005, contro i fratelli Bryan in finale, insieme a Wesley Moodie. È un’opinione di cui ci si può fidare, pensa coach Thompson.

L’inizio non è dei più brillanti: l’atteggiamento fuori dal campo si rispecchia all’interno. Joao è spento, cupo, si piange addosso. Si lamenta, spesso. Dal punto di vista tecnico si intuisce un potenziale discreto, ma è seppellito da chili di troppo e da un fisico che non risalta né in potenza, né in altezza, né in velocità. Prova a spiegarsi, a giustificarsi, ma tra un inglese scolastico e il tono di autocommiserazione nessuno gli dà troppa retta. L’arrivo in università a gennaio sicuramente non lo aiuta, dal momento che il campionato a squadre inizia subito e i tempi per l’adattamento sono molto ristretti, mentre lui avrebbe bisogno di mesi per adattarsi davvero allo stile di vita americano e capire i cambiamenti che stanno avvenendo nella sua vita. “This is crazy, man” è la cosa che gli senti dire più spesso: riguardo ai dual match (gli incontri di campionato) intensi e rissosi; quando parla del campus dell’università, enorme e con strutture mai viste prima; sul cibo, un miscuglio di salse e grassi che neanche nei suoi sogni più remoti avrebbe immaginato. Joao è perso in un paese lontano dal suo, in un mondo che gli chiede intensità e grinta, dedizione completa e sveglie alle sei di mattina per allenarsi. Gli chiede di andare a lezione tra un allenamento e l’altro, stanco morto, e di ricominciare a studiare alla sera, prima di andare a letto. Gli chiede, insomma, di darsi una mossa. E la mossa non arriva subito.

Per le prime settimane Joao vede solo la panchina. I coach non lo reputano in grado di giocare tra i primi sei e lui non ha nessuna intenzione di contraddirli. Si sente ancora fuori posto e rimane interdetto quando percepisce il clima che si crea nei dual match. In casa lo esalta il tifo a favore; in trasferta lo spaventano le urla e gli insulti. Viene schierato in formazione dopo qualche settimana, al numero sei, dove perde al terzo set a risultato acquisito. Al cambio di campo alla fine del secondo set, quando ormai il risultato dell’incontro è già stato deciso e la Virginia Tech ha già vinto, Huss si siede sulla panchina e gli domanda se è nervoso, al che Joao, testa nell’asciugamano e busto piegato in avanti, alza un braccio così visibilmente tremante che Stephen è costretto ad abbassarglielo per paura che venga notato dall’avversario. Joao finisce per perdere quel set e ritorna a fare panchina per diverse settimane, inerme e incapace di cambiare la direzione in cui stanno andando le cose. In doppio è ancora peggio: la paura della rete lo pervade e lo blocca qualche metro troppo indietro, rendendo impossibile pensare di schierarlo in formazione.

Dopo qualche settimana, per una combinazione di infortuni e per via di una rosa non troppo vasta, Joao viene messo in campo contro l’università di Duke. Perde una partita tirata, in due set, dimostrando però un livello che non era ancora riuscito a raggiungere. Coach Huss insiste con coach Thompson per continuare a far giocare Joao in fondo al lineup, al numero sei, e lo ottiene. Joao andrà avanti per tutta la stagione giocando stabilmente al numero sei e, pian piano, comincerà a vincere la maggior parte delle sue partite.

Le stagioni successive vanno in crescendo, con Joao che arriva a giocare da numero tre e quattro della formazione l’anno successivo, prima di scavalcare addirittura i suoi compagni, arrivati insieme a lui, che l’avevano sempre facilmente surclassato negli anni precedenti. Joao finirà la sua carriera giocando stabilmente al numero uno della squadra, raggiungendo i primi dieci dell’NCAA in singolo e i primi venti in doppio (insieme al danese Andreas Bjerrehus) e passerà alla storia come il miglior giocatore ad aver mai solcato i campi da tennis della Virginia Tech, arrivando addirittura alla semifinale dei campionati NCAA e raccogliendo il titolo tanto aspirato di All-American.

Come è successo tutto questo? Dopo i lamenti, la sfiducia e la pigrizia che definivano i suoi comportamenti, Joao ha iniziato a cambiare. Il processo è durato diversi mesi e l’ha portato dall’allenarsi in maniera superficiale al prendere seriamente ogni aspetto della sessione di allenamento; da sedute in palestra cercando di svolgere meno esercizi possibili a sessioni complete e mirate; dal mangiare junk food e bere Coca Cola allo stare attento alla propria dieta, fino a diminuire drasticamente il suo peso aumentando la sua massa muscolare; dall’essere condotto, spinto, motivato, fino a diventare lui stesso il motivatore e la guida della squadra; per farla breve, Joao ha acquisito quella fiducia in se stesso che gli mancava, quella componente fondamentale della vita di ogni atleta e, in fondo, di ogni persona. Tirare fuori tutta questa fiducia non è mai un processo facile e, nel suo caso, il processo è cominciato grazie agli allenatori che credevano in lui, grazie a una squadra che lo motivava e a un ambiente, quello dei college americani, estremamente vibrante, stimolante e competitivo.

Adesso Joao si è dato un paio di anni di tempo per fare il professionista, e alcuni risultati sono già arrivati. In pochi mesi è passato dal non avere ranking ATP a vincere un torneo Futures in Portogallo, accompagnato da diverse altre finali e semifinali. Uscito dall’università a maggio 2016 con una laurea in economia e diverse offerte di lavoro (per il momento rimandate), in pochi mesi ha raggiunto la posizione numero 569 del mondo ed è pronto, adesso, a fare le scelte importanti che definiranno la sua vita. Joao ha dimostrato che, sbilanciandosi ed esponendosi senza parapetto a un’esperienza stravolgente come quella del college americano, e soprattutto fidandosi delle persone intorno a sé, è possibile raggiungere traguardi che sarebbero stati assolutamente impensabili. “This is crazy, man!”

La storia di John McEnroe: come il college può salvarti dal professionismo

(Articolo scritto originariamente per SpazioTennis.com e visualizzabile a questo link)

Oggi si parla di John McEnroe.

L’ascesa verso il successo tennistico segue strade imprevedibili: per alcuni passa da accademie rinomate, per altri da piccoli circoli tennis in paesi sperduti; per pochi eletti è lineare, univoca, apparentemente semplice, mentre per la maggior parte procede ad alti e bassi, a tentativi, fino a trovare quell’acuto fondamentale per sfondare i cancelli dell’olimpo del tennis.

John McEnroe un paio di tentativi li fece e, in quella che da fuori potrebbe essere considerata una perdita di tempo, effettuò una breve deviazione verso un’università americana entrando a far parte della squadra allenata da coach Gould. Certo, Stanford non era un’università come le altre, come non lo è tutt’ora: appena fuori da Palo Alto e ben radicata all’interno di uno dei poli tecnologici più ricchi del pianeta, vanta tra i suoi ex studenti personaggi del calibro di Phil Knight (co-fondatore di Nike), Sergey Brin e Larry Page (fondatori di Google), Tiger Woods, John F. Kennedy, Steinbeck e tantissime altre personalità successivamente diventate di spicco nel loro campo. Non guasta il fatto che Stanford abbia un campus che farebbe invidia a una reggia di monarchi europei e un clima che oscilla, mediamente, tra i 10 e i 25 gradi per gran parte dell’anno.

Questo avrebbe potuto non essere sufficiente, si dirà, se nel 1977 McEnroe raggiunse la semifinale di Wimbledon da qualificato a non appena diciotto anni di età. Stava finendo il suo ultimo anno di high school ed era riuscito a convincere i suoi professori a lasciargli qualche settimana libera per giocare i tornei in Europa. Per quanto i lussi di un tennis da poco diventato Open e i soldi che cominciavano a circolare lo attraessero, John stesso capì di non essere pronto per il salto tra i pro. La semifinale di Wimbledon gli aveva insegnato che, per raggiungere in maniera stabile quel livello, c’era bisogno di una continuità che ancora non gli apparteneva, oltre a una etica del lavoro da cui era ancora, probabilmente per motivi di maturità, lontano. Inoltre il ragazzo di Queens era stato cresciuto con un obiettivo: guadagnarsi il college tramite lo sport, con una borsa di studio che gli avrebbe permesso di frequentare un’ottima università, porta d’accesso per un lavoro da avvocato, come il padre.

John arrivò a Stanford dopo un’estate passata sui campi da tennis, al caldo e inframmezzata da innumerevoli viaggi. Era ovviamente una rockstar, con un’aura di leggenda che cominciava a formarsi e la sua classifica di numero ventuno del mondo stampata in fronte. Arrivò spossato e completamente scarico, tanto da non toccare una racchetta da tennis tra il primo ottobre e il tredici dicembre di quell’anno: gli era consentito farlo per via del suo status, e anche per il fatto che durante il Fall semester non si gioca il campionato ufficiale NCAA. Coach Gould lo lasciò fare, sapendo che avrebbe avuto bisogno del suo tempo per riprendersi. Fu tempo sprecato? Oggigiorno pensare di tagliarsi fuori dall’attività per due mesi e mezzo è impensabile, allora suonò sicuramente peculiare alle orecchie più vicine a Mc. Certo è che quel periodo fu fondamentale per digerire quanto aveva appena fatto, un risultato che a quell’età può avere effetti devastanti se non gestito nel modo corretto.

Ci si chiederà dunque come passò quel periodo di pochi mesi la più grande promessa americana di quegli anni. A suo dire faceva fatica a scuola e dovette ripiegare su corsi più semplici per riuscire ad arrivare alla sufficienza (si rivolse ai giocatori di football per consigli su questo argomento). Andava alle feste universitarie e trovò modo di sperimentare, nonostante la sua timidezza e il carattere leggermente introverso, tutto il pacchetto di attività che il college ti può offrire: roadtrip al mare, notti allegre nei bar, amicizie e ragazze. Dopo mesi passati in compagnia di professionisti più vecchi di lui nel circuito, quel primo semestre fu una sorta di ritorno a una vita adatta alla sua età, più “normale”, più semplice e spensierata. Fu anche l’ultima volta che ebbe la possibilità di vivere questo tipo di vita.

Durante lo Spring semester cominciò il campionato e Stanford rimase imbattuta. Lui no, però: perse due partite durante il semestre e non mantenne l’imbattibilità che tutti gli attribuivano. La pressione giocò certamente un ruolo e, se successivamente McEnroe non fu mai un tipo particolarmente soggetto alla tensione in partita, fu anche grazie all’esperienza del college che gli diede una grossa mano a crearsi una corazza verso l’esterno. Lo dice lui stesso, e aggiunge che il dover gestire la pressione in college fu un enorme aiuto per la sua successiva carriera da tennista professionista. Lui doveva vincere singolo e doppio, la squadra doveva vincere e gli spettatori ubriachi e urlanti sicuramente non aiutavano. Il periodo universitario fu anche quello in cui John crebbe fisicamente: da ragazzo mingherlino e con un servizio leggero cominciò a trasformarsi, lentamente, in giocatore completo, più potente e rapido sul campo. In suo aiuto vennero i campi rapidi su cui si giocava il campionato americano: sempre cemento, sempre serve and volley (mai praticato fino ad allora), sempre rimbalzi bassi che tanto piacevano ai suo colpi di approccio e al suo slice mancino.

Il sigillo del bad boy (non ancora diventato tale) arrivò al campionato NCAA, a cui lui teneva particolarmente. Lo vedeva come un rituale di passaggio, una vittoria che avrebbe affermato la sua volontà, alla fine dell’anno accademico, di diventare professionista e lasciare l’università. Al termine di nove giorni di competizione si trovò a giocare la finale contro un certo John Sadri, futuro numero 14 del mondo che, spinto dal pubblico del sud della Georgia, gli diede filo da torcere: McEnroe vinse 7-6 7-6 5-7 7-6 e definì Sadri uno dei migliori servitori che avesse mai visto. Alla fine dell’incontro, come dice lui stesso, “gli sembrò di volare”.

John firmò da professionista il mese successivo al Queen’s Club e, come molti si aspettavano, ebbe una carriera che lo portò ad essere uno dei più importanti giocatori di sempre. Dove si pone l’università in questo grande disegno studiato apposta per lui? La risposta è indefinita come tutto ciò che riguarda le scelte di vita, ma a sentire lui fu una benedizione. Gli diede tempo di digerire i primi improvvisi successi e di maturare fisicamente, oltre che di imparare a gestire la pressione dell’essere il grande favorito. Soprattutto, diede la possibilità a Stanford di vantarsi del fatto che anche il grande John McEnroe sia stato, e sempre sarà, tra i suoi più illustri ex studenti.

Harvard e i dubbi di James Blake

(Articolo scritto originariamente per SpazioTennis.com e visualizzabile a questo link)

Oggi si parla di James Blake.

“Ce la farò?”

Questo sussurrava a se stesso e ai suoi famigliari più stretti James Blake, in una grigia giornata di autunno
del Connecticut durante il suo ultimo anno di high school. Non era tanto il fatto di andare all’università che lo spaventava, o almeno, qualsiasi altra università. Era quella busta che si trovava adesso davanti agli occhi, appoggiata sul tavolo di vetro del soggiorno: il pacco dall’aria pesante era mezzo aperto e si poteva notare un’estremità strappata in maniera convulsa, frettolosa. Il motivo? Sopra c’era scritto “Harvard”.

Non che la famiglia Blake fosse nuova a questo genere di cose, sia ben chiaro. Il fratello Tom, di tre anni più vecchio, stava già frequentando Harvard con ottimi risultati ed aveva ben salda la posizione numero uno della squadra, al riparo del suo servizio devastante. Tom era sempre stato un caposaldo per James, che era cresciuto nella sua ombra (non solo simbolica a quanto pare, dato che Tom supera di almeno dieci centimetri James in altezza) e aveva seguito i passi del fratello nel mondo del tennis. I genitori Thomas e Betty, che li avevano introdotti al tennis quando ancora la famiglia viveva ad Harlem, posero sempre molta attenzione all’educazione e instillarono nei figli quell’ambizione che li avrebbe fatti risaltare tra i loro coetanei, sia sportivamente che accademicamente.

Dopotutto non era neanche strano che quell’offerta fosse arrivata. James in quel momento era il numero uno americano tra i junior anche se ciò non significava per forza un livello assoluto, visto era entrato a malapena nei primi 100 del ranking mondiale in quell’anno. Il motivo per questa discrepanza era semplice: la scuola. I genitori di James e Tom avevano sempre insistito perché i loro figli frequentassero la scuola pubblica e si opposero a qualsiasi tipo di accademia di tennis che, a loro parere, sarebbe stata troppo lasciva sulla parte scolastica. Questo impedì a James di sfondare come junior nonostante le sue qualità stessero già sbocciando ma gli permise, dall’altra parte, di poter ottenere i punteggi minimi per accedere ad Harvard. Perché Harvard non è un’università come le altre: non scende a compromessi, non abbassa i suoi standard. Se entri ad Harvard devi meritartelo, e sia James che Tom se l’erano meritati pienamente, senza che coach Fish potesse aiutarli così tanto.

“Ce la farò?”

Dave Fish era ed è ancora un signore compiaciuto, allampanato, dall’andatura ondulante ma convinta. Ad essere sinceri non si può dire che sia un grandissimo tecnico ma gli si deve dare credito di una cosa, senz’altro: rimanere head coach ad Harvard per così tanto tempo (più di 40 anni) e portare costantemente risultati a casa non è facile, specialmente considerando che non può offrire borse di studio sportive. Certo, conosce bene i meccanismi di selezione e può consigliare ai suoi futuri giocatori qualche trucchetto per farsi voler bene in fase di ammissione; può fornire supporto in tutta l’infinita documentazione al fine di ottenere il Financial Aid, ovvero una borsa di studio che varia a seconda del reddito; può cercare di convincere il direttore del dipartimento atletico a mettere una buona parola per un possibile pupillo, ma l’esito di quest’ultima pratica è facile da prevedere: con 42 sport ufficiali che competono in prima divisione, il direttore è probabilmente impegnato a gestire centinaia di atleti e allenatori, rivolgendo probabilmente la sua attenzione a sport più quotati del tennis.

Quando coach Fish riuscì a convincere Thomas Blake ad andare ad Harvard, ce lo possiamo immaginare, gli brillarono gli occhi. Per due ragioni: Tom era un junior di buon livello e uno dei migliori diciottenni degli Stati Uniti; il secondo motivo era il fratellino di Tom, James, un quindicenne non molto sviluppato fisicamente ma con un potenziale enorme, possibilmente maggiore del fratello grande. E si sa: se convinci il fratello maggiore parti sicuramente avvantaggiato anche per il più piccolo.

“Ce la farò?”

Il dubbio maggiore di James era sull’effettiva possibilità di coniugare felicemente sport e studio. Nonostante lo stesse facendo da tutta la vita, quella era Harvard e non era la sua high school a Fairfield, Connecticut. In questo lo aiutò Tom, che gli insegnò come organizzare la giornata al meglio e come sfruttare i tempi morti tra i corsi e gli allenamenti per mettersi avanti con i compiti o per studiare per i test. Certamente mancava il tempo che molti altri studenti usavano per ubriacarsi o semplicemente oziare: l’ozio non esiste per gli atleti nei college, soprattutto se quell’università è costantemente considerata tra le prime tre al mondo. In ogni caso James se la cavò molto bene accademicamente e, ancora di più, sul lato tennistico: già nel primo anno diventò un All-American (il primo freshman nella storia di Harvard) e, alla fine del secondo anno, si guadagnò il premio di ITA Collegiate Player of the Year.

Dopo due ottimi anni, alla fine del ’99, James decise che era ora di dedicarsi completamente al tennis. Per quanto gli allenamenti ad Harvard fossero di buon livello, i suoi coetanei in giro per il mondo si erano buttati nel professionismo da anni. Dopo un paio d’anni nei circuiti minori Blake sfondò la barriera dei primi 100 giocatori del mondo nel 2001: aveva 22 anni. Da lì in poi la scalata fu di quelle memorabili, passando per incontri epici con Agassi agli US Open, vittorie in Coppa Davis, infortuni e sfortune di ogni tipo, un recupero straordinario, fino ad arrivare alla quarta posizione ATP. Il college è però sempre rimasto una sicurezza nella sua vita, fino al punto di considerare un ritorno per finire la laurea al termine della sua carriera tennistica. Detto con le sue parole: “Se dovessi ricominciare, sceglierei nuovamente di andare ad Harvard. Ho imparato tantissimo sia in classe che fuori e tutte le esperienze che ho fatto sono state fondamentali nel prepararmi per quello che mi aspettava, a una vita indipendente. Non scambierei quei due anni con niente.”