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John Isner reflects on college years: ”If I hadn’t played for four years at Georgia, I don’t think I would be where I was now”

James Blake isn’t the only younger player who is making a strong case for going to college before going to the pros. Two of his former opponents are making waves on the pro circuit as well: Georgia’s John Isner and Illinois’ Kevin Anderson. Isner, who was named the 2007 Farnsworth/ITA National Senior Player of the Year, finished his senior year ranked No. 2 in the nation. Before leaving his Bulldog teammates, Isner helped lead them to a perfect 32-0 season, and two national team titles. Isner also racked up one national singles title, three national doubles titles, and was named an ITA All-American four times in his career at UGA. Since turning pro in June of 2007, he has climbed all the way to the top 10 ATP!

Isner opens up about his choice of going to college:

“For me, to tell you the truth, I never even thought about going pro [after high school],” Isner said. “If I didn’t go to college, I really don’t even know if I would be playing tennis now. A lot of players leave high school and go straight to the pros, and they don’t make it and don’t have success, so they burn out after two or three years. For sure, if I hadn’t played for four years at Georgia, I don’t think I would be where I was now.”

Isner also drew on his time at Georgia to help him prepare for the biggest matches of his career. While he admitted that winning a lot of matches in college gave him confidence to take on the toughest professional players in the world, Isner recalled that it was the pressure-packed situations that helped him keep his cool on Center Court.

“Playing at Georgia, we’ve always played in front of huge crowds, especially in May,” Isner said. “There was a lot of pressure on us as a team to play well because we were expected to win. Obviously playing Andy [Roddick] in an ATP final, there’s a lot of pressure, but I don’t think it compares at all to playing in NCAA’s at Georgia, with five or six thousand people watching you play. Every match was pressure packed, and I was able to stay calm and play my game. Playing at Georgia helped out because that was playing for the team, and that’s a lot more pressure to succeed: you don’t want to let your team down.”

While at Georgia, Isner underwent a lot of physical changes as well. The 6’9” right-hander admits that his time as a Bulldog helped him become the physical force we see on the court today, as he put on over 40 lbs.

“[College] was the best preparation I could have ever asked for,” Isner said. “In those four years, I had unbelievable coaching with Coach Diaz. I learned so much mentally, and I got so much stronger physically. Coming out of high school I was tall, skinny, and gangly, not strong and not mature. I was none of that. I had to go to college and get stronger. I had to start growing out instead of up.”

This trend doesn’t look to be stopping any time soon: while Blake, Isner and Anderson all made it to the top 10 ATP. Their incredible journey indicates the wave of success from college to the pros.

 

 

“Non scambierei quegli anni per nient’altro, nemmeno per piu’ vittorie nei tour”

I personaggi cambiano, ma la storia rimane la stessa: un giovane promettente prende in mano una racchetta e si innamora. La famiglia fa sacrifici cercando di accompagnare il ragazzo durante tornei, vittorie e sconfitte finche’ arrivano in un clima piu caldo dove c’e’ la possibilita di giocare tutto l’anno e svilupparsi come giocatori. Quando il tennis e’ il tuo unico pensiero e’ ancora piu facile incoraggiare il sogno del professionismo. E cosi’ facendo, questi giovani adulti si dimenticano degli studi e fanno la scelta di diventare professionisti. La triste realta’ e’ che pero questi giocatori raramente sono quelli che fanno la differenza nei tornei professionistici. La pressione sui giovani atleti continua ad aumentare e molti giocatori pensano che l’unica via per il professionismo sia quella diretta, investendo tutto su quello dopo o durante le superiori. Di fianco a questa tendenza pero’, sta crescendo una nuova ideologia di giocatore che fa uno stop durante la via: il college. Infatti, sempre piu giovani talenti sono passati dal college per perfezionarsi tecnicamente, fisicamente e mentalmente per ottenere quei risultati che altrimenti non si sa’ se avrebbero ottenuto.

Il piu’ famoso tra tutti questi e’ nient’altro che James Blake. Quando aveva 19 anni Blake ha frequentato Harvard prima di passare a tornei professionistici. Ad Harvard e’ stato il primo primino premiato come All-America freshman e ITA National Player of the year. Da quegli anni, Blake sta lavorando per migliorarsi, arrivando a toccare il #4 ATP. Allo stesso tempo Blake ha scritto il best-seller della sua autobiografia dove ringrazia infinitamente Harvard per avergli permesso di rafforzare gli aspetti tecnici, tattici e mentali che gli sono poi serviti durante la sua carriera da professionista.

“Se dovessi rifarlo da capo, sicuramente rifarei l’esperienza ad Harvard” dice Blake, “Ho imparato cosi tanto durante lezioni e al di fuori che quell’esperienza rimarra’ sempre inestimabile. Sono cresciuto come persona in quegli anni che alcune volte mi sembra essere una parentesi indipendente della mia vita. Sicuramente non scambierei quegli anni per nient’altro, nemmeno per piu’ successo nei tour.”

That’s crazy, Joao!

(Articolo scritto originariamente per SpazioTennis.com e visualizzabile a questo link)

Joao Monteiro arriva nella piccola città di Blacksburg, in Virginia, all’inizio del 2013 ed entra a far parte della squadra di tennis della Virginia Tech. È molto timido e si presenta con un inglese frammentato, bofonchiato, di chi sa benissimo di non essere in grado di mantenere una conversazione prolungata. È difficile penetrare la sua corazza ed ancora più complicato capire cosa gli passi per la testa: la chioma di capelli neri enorme e opprimente, gli occhi scuri e bassi, il pizzetto composto da qualche sparuto pelo adolescenziale e le mani perennemente in tasca. I suoi compagni impiegano qualche tempo prima di capire che quel ragazzo là sotto, nascosto sotto la frangia e con andare gobbo, è in realtà un tipo a posto con fare da Ozzy Osbourne in depressione.

Ancora più dubbioso è Jim Thompson, l’Head Coach della squadra di tennis. Da ex-ragazzo (ora cinquantenne) della Virginia cresciuto tra mille sport e una voglia di fare tipica di chi cerca sempre di mettersi in mostra, Jim pretende lo stesso da tutti i suoi giocatori: lotta su ogni punto, urla, sguardi duri, perenne movimento di gambe anche tra un punto e l’altro, continui high-five che vengono passati tra i membri della squadra come una corrente elettrica che porti tensione non solo in partita, ma in ogni allenamento. È lecito pensare che coach Thompson, dopo aver conosciuto Joao, sia rimasto più che perplesso. Solo la sua grande fiducia nei confronti di Stephen, il suo Assistant Coach, lo porta ad accettare Joao in squadra e a dargli una chance. Del resto Stephen non è un Assistant Coach qualunque, è uno che qualcosa ne capisce: Stephen Huss ha vinto Wimbledon, quello vero, in doppio, nel 2005, contro i fratelli Bryan in finale, insieme a Wesley Moodie. È un’opinione di cui ci si può fidare, pensa coach Thompson.

L’inizio non è dei più brillanti: l’atteggiamento fuori dal campo si rispecchia all’interno. Joao è spento, cupo, si piange addosso. Si lamenta, spesso. Dal punto di vista tecnico si intuisce un potenziale discreto, ma è seppellito da chili di troppo e da un fisico che non risalta né in potenza, né in altezza, né in velocità. Prova a spiegarsi, a giustificarsi, ma tra un inglese scolastico e il tono di autocommiserazione nessuno gli dà troppa retta. L’arrivo in università a gennaio sicuramente non lo aiuta, dal momento che il campionato a squadre inizia subito e i tempi per l’adattamento sono molto ristretti, mentre lui avrebbe bisogno di mesi per adattarsi davvero allo stile di vita americano e capire i cambiamenti che stanno avvenendo nella sua vita. “This is crazy, man” è la cosa che gli senti dire più spesso: riguardo ai dual match (gli incontri di campionato) intensi e rissosi; quando parla del campus dell’università, enorme e con strutture mai viste prima; sul cibo, un miscuglio di salse e grassi che neanche nei suoi sogni più remoti avrebbe immaginato. Joao è perso in un paese lontano dal suo, in un mondo che gli chiede intensità e grinta, dedizione completa e sveglie alle sei di mattina per allenarsi. Gli chiede di andare a lezione tra un allenamento e l’altro, stanco morto, e di ricominciare a studiare alla sera, prima di andare a letto. Gli chiede, insomma, di darsi una mossa. E la mossa non arriva subito.

Per le prime settimane Joao vede solo la panchina. I coach non lo reputano in grado di giocare tra i primi sei e lui non ha nessuna intenzione di contraddirli. Si sente ancora fuori posto e rimane interdetto quando percepisce il clima che si crea nei dual match. In casa lo esalta il tifo a favore; in trasferta lo spaventano le urla e gli insulti. Viene schierato in formazione dopo qualche settimana, al numero sei, dove perde al terzo set a risultato acquisito. Al cambio di campo alla fine del secondo set, quando ormai il risultato dell’incontro è già stato deciso e la Virginia Tech ha già vinto, Huss si siede sulla panchina e gli domanda se è nervoso, al che Joao, testa nell’asciugamano e busto piegato in avanti, alza un braccio così visibilmente tremante che Stephen è costretto ad abbassarglielo per paura che venga notato dall’avversario. Joao finisce per perdere quel set e ritorna a fare panchina per diverse settimane, inerme e incapace di cambiare la direzione in cui stanno andando le cose. In doppio è ancora peggio: la paura della rete lo pervade e lo blocca qualche metro troppo indietro, rendendo impossibile pensare di schierarlo in formazione.

Dopo qualche settimana, per una combinazione di infortuni e per via di una rosa non troppo vasta, Joao viene messo in campo contro l’università di Duke. Perde una partita tirata, in due set, dimostrando però un livello che non era ancora riuscito a raggiungere. Coach Huss insiste con coach Thompson per continuare a far giocare Joao in fondo al lineup, al numero sei, e lo ottiene. Joao andrà avanti per tutta la stagione giocando stabilmente al numero sei e, pian piano, comincerà a vincere la maggior parte delle sue partite.

Le stagioni successive vanno in crescendo, con Joao che arriva a giocare da numero tre e quattro della formazione l’anno successivo, prima di scavalcare addirittura i suoi compagni, arrivati insieme a lui, che l’avevano sempre facilmente surclassato negli anni precedenti. Joao finirà la sua carriera giocando stabilmente al numero uno della squadra, raggiungendo i primi dieci dell’NCAA in singolo e i primi venti in doppio (insieme al danese Andreas Bjerrehus) e passerà alla storia come il miglior giocatore ad aver mai solcato i campi da tennis della Virginia Tech, arrivando addirittura alla semifinale dei campionati NCAA e raccogliendo il titolo tanto aspirato di All-American.

Come è successo tutto questo? Dopo i lamenti, la sfiducia e la pigrizia che definivano i suoi comportamenti, Joao ha iniziato a cambiare. Il processo è durato diversi mesi e l’ha portato dall’allenarsi in maniera superficiale al prendere seriamente ogni aspetto della sessione di allenamento; da sedute in palestra cercando di svolgere meno esercizi possibili a sessioni complete e mirate; dal mangiare junk food e bere Coca Cola allo stare attento alla propria dieta, fino a diminuire drasticamente il suo peso aumentando la sua massa muscolare; dall’essere condotto, spinto, motivato, fino a diventare lui stesso il motivatore e la guida della squadra; per farla breve, Joao ha acquisito quella fiducia in se stesso che gli mancava, quella componente fondamentale della vita di ogni atleta e, in fondo, di ogni persona. Tirare fuori tutta questa fiducia non è mai un processo facile e, nel suo caso, il processo è cominciato grazie agli allenatori che credevano in lui, grazie a una squadra che lo motivava e a un ambiente, quello dei college americani, estremamente vibrante, stimolante e competitivo.

Adesso Joao si è dato un paio di anni di tempo per fare il professionista, e alcuni risultati sono già arrivati. In pochi mesi è passato dal non avere ranking ATP a vincere un torneo Futures in Portogallo, accompagnato da diverse altre finali e semifinali. Uscito dall’università a maggio 2016 con una laurea in economia e diverse offerte di lavoro (per il momento rimandate), in pochi mesi ha raggiunto la posizione numero 569 del mondo ed è pronto, adesso, a fare le scelte importanti che definiranno la sua vita. Joao ha dimostrato che, sbilanciandosi ed esponendosi senza parapetto a un’esperienza stravolgente come quella del college americano, e soprattutto fidandosi delle persone intorno a sé, è possibile raggiungere traguardi che sarebbero stati assolutamente impensabili. “This is crazy, man!”