Intervista a Stefano Fanfoni

Nell’articolo di oggi intervistiamo il nostro Stefano Fanfoni, uno dei co-fondatori di StAR ed ex calciatore alla Nova Southeastern University.

Come hai scoperto questa opportunità? Dove giocavi prima di partire e durante le giovanili? È stata una decisione difficile?

Era l’estate del 2011 quando decisi di accettare l’offerta del Direttore sportivo della Cremonese per andare in prestito alla Gallaratese, società che militava in serie D. Accettai la sfida, pronto a dimostrare a me stesso e a chi non aveva creduto nel mio valore come calciatore, che sarei stato in grado di rinascere ed affermarmi altrove, lontano dalla squadra della mia città, luogo che mi ha cresciuto come uomo e professionista.

Ricordo la preparazione estiva prima del ritiro.  Ogni giorno un amico diverso veniva a correre ed allenarsi con me. Corsa lenta con chiaccherata fino al parchetto del paese vicino. Lì si facevano addominali, flessioni, e tutto quello che si poteva fare in un parco giochi allestito per bambini, per poi trasferirsi nella parte posteriore dove c’è un porta calcio, usavamo per giocare con il pallone. Quando il sole iniziava a farsi meno forte si faceva ritorno di corsa verso casa.

In questo clima familiare arrivai al ritiro della squadra in grande forma, così iniziai il primo mese tra i titolari indiscussi, collezionando buone prestazioni e risultati contro compagni che fino all’anno scorso erano nello stesso spogliatoio a Cremona e che si stupivano nel vedermi nella
modesta realtà di Gallarate.

Sulla cresta dell’onda, inizio il campionato e d’improvviso il mio posto da titolare cominciò a vanificarsi. Senza spiegazioni da parte della società né dall’allenatore, anche i rapporti con i compagni cominciarono ad inasprirsi dovuto alla tensione inflitta dalla mia esclusione. Queste pesanti settimane, sfociarono in un’animata discussione iniziata dall’allenatore di fronte a tutti i compagni di squadra. Nell’ascoltare quelle dure ed infondate critiche (non avevo salutato nel post-partita scendendo dalla tribuna negli spogliatoi), imparai davvero a respirare profondamente. Le mani tremavano per la tensione e sicuramente anche la voce aveva i suoi alti e bassi. Risposi in un clima surreale, dove gli altri 25 ragazzi e 3 allenatori presenti nella stanza, erano solo un’illusione. Risposi con la calma di chi non è turbato nel suo sogno. Risposi con il mio obiettivo in mente. E con il mio obiettivo in mente continuai ad allenarmi al massimo, anche se dopo il cambio allenatore, la situazione non era cambiata, stesso spogliatoio in isolamento, stesso trattamento durante gli allenamenti quando ero usato solo in caso di necessita’, stessa tensione con i compagni. Stesso tutto, compreso la mia voglia di riscatto.

Così,  arrivò presto dicembre. Continuando gli studi e allenandomi praticamente esclusivamente con il mister dei portieri a gratis. Infatti, dall’inizio della stagione, non avevamo percepito nessuno stipendio. Ma proprio nel freddo campo fangoso di Gallarate, durante uno degli ultimi allenamenti, il mister dei portieri, ormai diventato mio fan e mentore, mi propose di partecipare ad un provino a Milano organizzato da un’agenzia per il recruiting di ragazzi che volessero fare un’esperienza in America come studenti atleti.

Il giorno successivo, mentre cucinavo pranzo prima di allenamento, ricevetti la lettera di sfratto dall’appartamento dove la società ci aveva collocato in quanto gli ultimi 4 mesi erano falliti i pagamenti. Era l’8 dicembre, e sicuramente La Madonna aveva già pianificato il tutto, e seguendo il suo consiglio, prenotai un posto per il provino. Chiesi di stare fino al 13 per avere la possibilità di partecipare al provino il 12 e 13 dicembre, data la vicinanza. Nemmeno quello fu possibile. Infatti, la società immobiliare era già al limite degli avvisi. Cosi tornai a Cremona.

Sembrava la fine di un’era della mia vita, quella chiamato calcio. Invece, questa era di nuovo una prova per testare la mia determinazione.

Il 12 dicembre 2012, con -1 gradi, puntuale, mi presentai al campo. Il clima era surreale, almeno nella mia mente. Non ero cosi emozionato per un allenamento da mesi. Le telecamere e il campo sintetico rendevano lo scenario ancora più lontano da quanto ero abituato, quasi come se fossi già con un piede in America, quasi come se Gallarate fosse già migliaia di kilometri distante da quel campo. Due allenamenti mercoledì e due allenamenti giovedi e mi sentivo fresco e pronto a farne ancora. Quando il primo allenatore si presento per introdurmi la sua università e la sua offerta di borsa di studio, dovetti chiedere l’aiuto di un altro ragazzo per la traduzione e ne avrei dovuto avere un altro per tenermi con i piedi per terra.

Anche una volta tradotto in italiano, non sapevo esattamente cosa volesse dire tutto ciò che il coach mi stesse proponendo, cosi scambiammo gli indirizzi email.

Avevo bisogno di tempo per valutare, confrontarmi con i miei genitori e amici, e capire se ero pronto per un’esperienza tale.

Cosi, per un paio di settimane scambiai email con il coach, mentre in casa cercavo di convincere i miei genitori che quella che avevo ricevuto era una grossa possibilita. Infatti, loro erano contrari, ignorando tutto ciò che oltre al calcio, l’America mi stesse offrendo. il tutto sembro vanificarsi quando, facendomi i conti in tasca, mi resi conto che i soldi della borsa di studio non erano sufficienti per coprire i costi che avrei avuto. Cosi ringraziai e detti la comunicazione a genitori ed amici: “Tutto cancellato, tranquilli resto a casa.”

Un paio di giorni dopo, ricevetti un’altra email, di un altro allenatore presente al provino, che per rispetto del collega, si era inizialmente fatto da parte evitando conflitti di interesse. Coach DePalo, per riassumere mi offriva una borsa di studio che copriva tasse universitarie, vitto, alloggio e perfino i libri. Questa volta non dovetti nemmeno condividere la scelta, risposi immediatamente si. Cosi, per la prima volta visitai il sito di quella che da 3 anni è la mia nuova casa, Nova Southeastern University.

Com’è stato il primo impatto? Cosa ti ha sorpreso di più?

La prima volta che vidi la Nova Southeastern University fu tramite alcune fotografie che i genitori di un amico scattarono durante il giorno di visita alla scuola. Le palme che contornano i viali all’interno del campus mi hanno fatto respirare il profumo di Caraibi; le strutture ultra moderne mi hanno fatto sognare la serie A (dopo 4 anni di serie C, non avevo mai visto una piscina per riabilitazione); e per finire, sentire la fiducia che il mister riponeva nei miei confronti, mi ha fatto ritornare il sorriso che la gavetta fatta nel fango mi aveva fatto sbiadire.  

Tutto questo mi ha convinto che sarebbe stata l’esperienza perfetta, ancor prima  del primo vero impatto.

Una volta superato tutto il processo burocratico durato 6 mesi, sono finalmente arrivato tra le Verdi palme (che avevo per un momento dimenticato). Era il 5 Agosto 2012, e la temperatura era attorno ai 90 gradi, non ricordo se fahrenheit o centigradi. Il coach, in giacca e cravatta, era già lì ad aspettarmi all’uscita, in mezzo alla folla che per un momento mi è sembrata un gruppo di tifosi venuti all’aeroporto per acclamare la loro StAR.

Con un misto di emozioni che mi giravano in testa, mi accingevo inconsapevolmente a fronteggiare il primo e più importante shock durante questi tre anni. Entrato in macchina del coach, il sangue mi si gelò e il respiro veloce causato dal caldo si fece rarefatto. Il termometro della macchina segnava 18 gradi! E come ho già accennato non son sicuro su che unita di misura fosse impostato. Cosi, scoprii l’amore folle che in Florida le persone hanno per il climatizzatore.

Da lì, tutto in discesa.

Il campus ha superato le aspettative che mi ero creato dalle fotografie; le strutture per allenamenti, studio e ricreazione erano un misto tra serie A e centri convegno di hotel di lusso. Il tutto in uno spazio, quello del campus, che mi ricorda molto, in dimensioni, quello di San Felice, il paese Cremonese di circa 3000 abitanti in cui sono nato e cresciuto. Persone cordiali, lavoratrici e sempre disposte a mettersi in movimento per soddisfare le esigenze di un ragazzo che di inglese sapeva solamente le frasi fatte delle lettere commerciali imparate a ragioneria.

Com’erano la squadra e gli allenatori? Com’è stata la vita da student-athlete?

I nove compagni di squadra italiani con cui ho iniziato la mia avventura hanno aiutato nel farmi sentire a casa. Tra questi, ragazzi di Roma, Varese, Caserta e Val Gardena. Compagni e mister italo-americano, che parla benissimo italiano, mi hanno inoltre permesso di rallentare il miglioramento in inglese.

Gli allenamenti sono cominciati puntuali con doppie sedute per circa due settimane fino all’inizio delle lezioni, quando abbiamo iniziato ad allenarci alle 7 di mattina. In quel momento, la vera dedizione al calcio viene a galla. Infatti, benché siamo considerati prima di tutto come studenti, poi come atleti, la dedizione durante gli allenamenti richiede sostanziale passione per lo sport che giochi. La puntualità sul campo era la prima richiesta del mister in quanto segno di responsabilità e rispetto nei confronti dei compagni, allenatori e personale terapeutico. Queste sono due parole chiavi che sono richieste nella vita da student-athlete: responsabilità e rispetto. Grazie a queste due, i rapporti con allenatori, compagni di culture diverse, professori e personale del college diventano benefici all’ennesima potenza.

Gli italiani in squadra, di cui il 90% erano titolari, erano tutti 22enni il che ci faceva una delle squadre con più esperienza del campionato. Il resto dei compagni aveva un’età compresa tra i 18 ed i 21 anni. Da qui è facile intuire come il campionato sia paragonabile ad una primavera italiana. Forse meno organizzati dal punto di vista tecnico-tattico, ma armati di volontà e atleticismo da professionisti. Inoltre, le sostituzioni volanti ed illimitate rendono il gioco ancora più veloce ad aggressivo.

Altra nota importante del campionato è a proposito della durata. abituato a 9 mesi di gare suddivise settimanalmente, sono stato travolto dall’organizzazione del campionato NCAA. La durata del  campionato è di circa 4 mesi, con partite infrasettimanali tutti i Mercoledì oltre alla gara del Sabato. Per questo motivo, se hai intenzione di essere titolare, preparati ad essere nella miglior condizione fisica della tua vita: 90 minuti ogni 2/3 giorni ti lacera. Un altro trucco fondamentale è la vita sana (alimentazione e riposo) e l’approfittare di tutti quei servizi quali saune, bagni turchi e vasche ghiacciate che accelerano I tempi di recupero (il tutto presente e disponibile on-campus). Purtroppo, non essendo abituato, durante la mia prima stagione non ho usufruito di questi eccezionali servizi “da serie A”.

Parlaci del posto: Miami.

Quando ho saputo che un’università di Miami era interessata, ovviamente ho iniziato a sognare palme, mare e ragazze in costume sui pattini. Poi, una volta arrivato, sono stato costretto ad uscire da quel sogno, per entrare nella realtà. Infatti, mi sono reso conto le palme sono ancora più belle, e ce ne sono di molti tipi, altezze e forme. Ho scoperto che l’acqua dell’oceano che arriva dal Golfo del Messico può diventare tiepida ed al tempo stesso rimanere pulita come il mare della Sardegna.

Per quanto riguarda le ragazze, ora sono fidanzato quindi lascio a voi la scoperta.

Come dicevo, sono arrivato durante un’estate afosa, ma da novembre ad aprile, il clima diventa mite e piacevole. Per la maggior parte dei giorni, la temperatura permette di fare un salto in spiaggia, anche se poi gli impegni scolastici e calcistici regolano la vita dello studente-atleta più delle condizioni metereologiche.

Come ti sei trovato dal punto di vista accademico?

Quando sono arrivato il livello del mio inglese si limitava, come ho accennato precedentemente, a quelle frasi fatte da mettere insieme per costruire una lettera commerciale. Per dar un’immagine ancor più concreta, durante uno dei primi colloqui con una segretaria, abbiamo deciso di comune accordo di metterci in contatto telefonico con il coach e metterlo in viva voce per fare da traduttore durante la conversazione. Ma questa era uno dei primi giorni dopo il mio arrivo, quando il ritmo dei dialoghi era ancora lontanamente comprensibile.

Dopo poco, in concomitanza con l’inizio delle lezioni, l’orecchio si era abituato. Ciò mi permetteva di riuscire a seguire le lezioni in maniera attiva. Forse, alcune volte, troppo attiva. Infatti, in qualche situazione avrei potuto evitare di iniziare un intervento, per poi rendermi conto, nel bel mezzo del concetto, che non avevo ancora l’abilità di destreggiarmi in un discorso dettagliato.

Studiare e scrivere richiedevano più tempo perché dovevo rileggere più volte un concetto oppure usare il centro di tutoring scolastico offerto dalla scuola per rivedere i temi prima di consegnarli ai professori. Tutto ciò è costato un bel po’ di tempo, ma ha dato i suoi frutti sin dal primo semestre. Infatti, su una scala da 1 (D) a 4 (A) ho collezionato voti non al di sotto del 3.5, che mi ha permesso di laurearmi con una media del 3.7.

Con la decisione di iniziare l’esperienza oltreoceano, sono arrivate una serie di altri cambiamenti nella mia vita, e più precisamente nel mio carattere, che mi fanno sentire come una Ferrari che finalmente può girare in pista e non più nelle stradine di paese. La determinazione con cui porto avanti ogni progetto in cui scelgo di partecipare è una nuova scoperta nella mia vita. Abituato ad avere 7 o 8 a ragioneria, ho cominciato a guardare alla A (che sarebbe il nostro 10/decimi) come qualcosa che mi spetta, che merito. Cosi mi sono laureato con una media di A- nella triennale per poi iniziare il master con addirittura A piena.

Ebbene si, ho iniziato il master. Infatti, grazie al trasferimento degli esami che ho sostenuto in Italia, è stato possibile finire la triennale (che in America dura 4 anni) nei primi due anni, per poi usare i restanti due anni di borsa di studio disponibili per arruolarmi nel famigerato programma Marriage and Family Therapy a Nova Southeastern University. Ormai al mio terzo semestre nel programma, ho già iniziato diversi stages in cui ho sessioni terapeutiche con coppie ed individui. Per l’esattezza la coppia che vedo una volta a settimana è composta da lui 77anni e lei 69; tutto il resto rimane segreto professionale. Gli altri due stages sono entrambi in scuole, dove assumo più il ruolo di psicologo degli studenti. La prima una scuola media, dove vedo settimanalmente lo stesso gruppo di ragazzi. La seconda è una scuola “alternativa”, così chiamata perché accoglie tutti gli alunni che sono stati sospesi dalla loro scuola di origine per motivi quali uso o possesso di droga, atti violenti, ed altre violazioni. Qui il lavoro è totalmente diverso da una regolare sessione di terapia. Infatti, il più delle volte si tratta di un’unica sessione di circa 45 minuti in cui attraverso la compilazione di un questionario e di un form, devo trovare il modo di esplorare il mondo di quel ragazzo, e cercare di innestare anche il più piccolo dei cambiamenti nel modo in cui vede se stesso in quel mondo. Sarebbe troppo ambizioso pensare di riuscire a cambiare il mondo di qualcuno in 45 minuti.

Tutto questo in inglese, la lingua che due anni fa richiedeva un interprete per essere capita.

Il cibo?

Per la durata del primo anno scolastico, ho mangiato nella “mensa” dell’università.

Ora, se quando dico mensa, stai pensando a quella dell’ospedale o delle elementari, chiudi un attimo gli occhi ed immagina, uno di fianco all’altro, a questi posti. Un pizzaiolo, un paninaro, tutto-insalate, McDonald, Sushi ed un post dove fanno riso, pasta e pollo in tutte le salse. Fantastico no?!

Magari suona eccitante, ma per gli amanti del cibo buono, questa lista fa rabbrividire. Ed anche se non sei ancora consapevole di essere un buongustaio, lo scoprirai presto una volta negli States. Infatti, la qualità del cibo non è paragonabile a quella di nonna, mamma o zia, ma è sufficiente per “sopravvivere”.

Per quanto riguarda la situazione fuori da campus, c’è un’altra storia da raccontare. Infatti, per il primo periodo, America voleva dire Mc Donald. Conseguentemente, quando si cercava un posto abbordabile economicamente, ci si metteva il cuore (ed il palato) in pace e si sceglieva tra un paio di fast-food (che non erano Mc Donald, ma sempre fast-food sono) nelle vicinanze del campus.

Lentamente, conoscendo più persone e allargando le amicizie, ho iniziato a scoprire un varietà di altri posti più salutari e con cibo più gustoso.

Detto questo, un pezzo di grana dalla valigia quando torno in America dopo aver visitato casa, non me lo toglie nessuno.